Enrique Vila-Matas è uno dei pochi scrittori contemporanei a mandare a ramengo, grazie a un’originalità sfrontata e multiforme, le ansie classificatorie degli accademici. Ma se per comodità o pigrizia volessimo incasellarlo in qualcuna delle categorie enucleate da Italo Calvino, lo troveremmo in bilico tra leggerezza e molteplicità.
«Penso alla Storia abbreviata della letteratura portatile, un libro per me magico perché è stato il primo dei miei ad essere tradotto, per merito della Sellerio. In quelle pagine seguo una traiettoria shandy, partendo dal racconto di una letteratura leggera per delineare una storia della molteplicità. Mi riconosco in entrambe le categorie. Il mio ultimo romanzo, Un’aria da Dylan (editore Feltrinelli, traduzione di Elena Liverani, nda), è una dimostrazione di come si possa ottenere la leggerezza, una sintesi di vita e letteratura che si compenetrano: non saprei spiegarle come ci sia riuscito; so soltanto che si può fare».
Un tratto caratteristico della sua produzione letteraria è il frequente rimando a tracce di altri libri ed echi di altre letture, senza per questo scadere nel citazionismo esibizionista.
«Prima, parlando, mi è venuto naturale usare la parola shandy, un riferimento a Lawrence Sterne: è saltata fuori come una nota a piè di pagina, come se l’avessimo cercata su Google. Questo è un rimando che ci porta altrove, ed è così che funziona. Ad esempio, quando ho chiamato Lancastre il protagonista di Un’aria da Dylan, pensavo a Pessoa, che scriveva anche per mezzo dei suoi eteronimi, e a Bob Dylan, che ha molte personalità. Ma è anche un riferimento occulto a Maria José de Lancastre, la moglie di Antonio Tabucchi, che ha dedicato a Pessoa il libro Una fotobiografia. Ma all’inizio in Spagna pensavano che mi riferissi a Burt Lancaster e che ne avessi storpiato il cognome».
Lancastre vuole fondare una società di emuli di Oblomov. Ripensando anche a Bartleby e compagnia, viene da pensare che lei, che pure è un autore prolifico, sia attratto dalla sottrazione, dalla rinuncia, persino dal fallimento…
«Mi attira l’idea di non collaborare con il sistema, la rinuncia a partecipare a questa società politica: una scelta che è, a sua volta, politica: se tutti ci ribellassimo scegliendo di non partecipare, saremmo una forza grande, pari a quella, negativa, che ci arriva da fuori. Voglio raccontarle il sogno che ho fatto stanotte. Ero a Firenze, in un terrazzo. C’era il sole, e intorno a me degli economisti parlavano della situazione finanziaria dell’Europa. Ed io sbadigliavo e mi addormentavo. Era il mio modo di prendere le distanze dai discorsi monotoni e sciocchi di gente che pretende di avere soluzioni, ma in realtà non ne ha. Era un esempio per dire: le vostre chiacchiere non sono così importanti come pensate».
Ha vinto da poco il premio Von Rezzori con i racconti di Esploratori dell’abisso (edizioni Feltrinelli, traduzione di Pino Cacucci), che è senz’altro un’ottima definizione degli scrittori non rassicuranti e non consolatori, come lei e Bolaño. In Italia invece si preferisce esplorare la realtà, praticando ibridi tra documentarismo e finzione: che ne pensa?
«Per me è una moda, come va di moda in Spagna scrivere romanzi sulla guerra civile. Il mio gusto mi porta a preferire la finzione pura. Mi ritengo un inventore puro, che non ha bisogno di un supporto documentale per scrivere. Così posso creare una realtà parallela a quella attuale. Anche al cinema, come si è visto all’ultimo festival di Cannes, si tende a creare una realtà che si oppone a quella riportata dai giornali».
Ha dichiarato che un giovane che scrivesse come lei oggi non verrebbe pubblicato: perché?
«Perché i tempi sono cambiati, si punta al profitto immediato in un mercato feroce e aggressivo. E sono cambiati anche i lettori, che oggi sono più disinformati di prima. Sono ormai pochi i lettori attivi, che con la loro fantasia completano l’immaginario dell’autore. Dovrebbe formarli la scuola pubblica, che però non sempre sa comunicare la passione per la letteratura».
Una curiosità: ha visto Italia-Spagna?
«Certo. Ed è stata una sorpresa. Nessuno in Spagna si aspettava un’Italia così forte».