Che sagome, questi ministri tecnici. Non puoi lasciarli soli un attimo, che fanno a gara a chi la spara più grossa. O mancano di capacità comunicativa, difetto che in un esercito di accademici stupirebbe non poco, o sono scarsamente dotati di quell’intelligenza politica, di cui dovrebbe essere provvisto chiunque si assuma il compito di governare un Paese. Oppure, e non è un’ipotesi da scartare, sono veramente convinti di ciò che dicono. Dubitiamo che si divertano a provocare per vedere di nascosto l’effetto che fa: ne risentirebbe quell’aura professorale di cui amano ammantarsi. Il ministro Cancellieri, per esempio, è Ufficiale, Commendatore e Grande Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica Italiana. Con tutte queste onorificenze non può avere parlato a vanvera, quando ha affermato che “noi italiani siamo fermi al posto fisso nella stessa città di fianco a mamma e papà”.
Ecco come devono essere i giovani, secondo gli attempati signori che reggono le sorti dell’Italia: precari e lontani da casa. Come se l’aspirazione a un lavoro a tempo indeterminato fosse un capriccio da punire a bacchettate, un residuo di infantilismo di questi bamboccioni, mammoni e sfigati, una puerile aspirazione destinata a sparire con la maturità, tipo l’acne. E invece no: i giovani devono essere precari e licenziabili, guadagnare una miseria e spenderne la metà in affitto, fare i salti mortali per ottenere un mutuo e rifiutarsi di contare sull’aiuto, economico e pratico, dei genitori. Solo così si cresce, che diamine. Quanto alla strampalata ipotesi di mettere su famiglia e riprodursi, non abbiano timore: il ministro Cancellieri provvederà personalmente ad accompagnare i pargoli all’asilo e a tenerseli in casa, o al Ministero, finché sarà necessario.
Ovviamente si scherza: la Comm. e Grand. Uff. evidentemente ignora le ansie e le aspettative degli studenti fuori sede e delle loro famiglie, non sa quanto sarebbero disposti a muoversi, quei giovani umiliati e offesi dalle sue parole, e quanto volentieri cambierebbero aria, abitudini, compagnie, città, persino nazione, se solo trovassero un lavoro decente pagato il giusto, né quanto sarebbero felici se nel Paese in cui vivono e inutilmente si laureano potessero fare della loro vita ciò che desiderano. E forse nemmeno ricorda quei giovani emigrati che in epoche passate per sfuggire alla miseria hanno messo radici negli USA, in Francia, in Germania, in Belgio, in Australia, in Argentina, in Brasile: in tanti oggi sognano di ripercorrerne le orme, con un biglietto di sola andata, per assistere da lontano al crollo inarrestabile di un’Italia di vecchi saccenti, che li affamano e li prendono in giro.