Rotocalchi popolari e tribune televisive si avventano come sciacalli sulla carcassa di una nave affondata. Per quanto ancora? A giudicare dai precedenti (delitti di Erba, Cogne, Novi Ligure), non ne usciremo prima dei Mondiali di calcio del 2014. La cronaca nera impone mode di lunga durata, facendo leva sulla propensione nazionale alla tuttologia e sui corollari geografici che la accompagnano: benaltrismo al nord (ci vuole ben altro!), dietrologia al centro, fatalismo al sud. Ennio Flaiano, come al solito, aveva capito tutto:
“Due anni fa, se non sbaglio, affondò un piroscafo nello scontro con un altro piroscafo. Noi per un mese – e anche due – ogni sera abbiamo parlato, tecnicamente, del disgraziato evento. Pur non avendo una diretta conoscenza della navigazione oceanica (i nostri spostamenti per mare si limitavano al tratto Napoli-Capri) noi sapevamo tutto: quali luci i due piroscafi avrebbero dovuto tenere accese (lo scontro accadde di notte), che intervallo passa tra un segnale di sirena e l’altro in caso di nebbia, come si naviga in alto mare, che differenza passa tra stazza, volume e tonnellaggio…”
“Gli esperti” (da “Le ombre bianche”, di cui si è parlato nel post precedente) è un intervento pubblicato nel 1958 sul Corriere della sera. In televisione nessuno si sarebbe mai sognato di allestire circhi, arene e teatrini sulle disgrazie altrui, e così restavano i caffè, che erano luoghi di ritrovo, circoli di conversazione e sale da gioco, come in certi bar di città cantati dal giovane Gaber. E se non c’erano disastri navali, si poteva sempre contare sulle esondazioni del Po, su incidenti aerei e ferroviari, uxoricidi. Ci si improvvisava esperti di qualsiasi cosa. La televisione di oggi funziona allo stesso modo. Se si desse lo spazio necessario a veri conoscitori dei fatti su cui si sproloquia, basterebbero pochi minuti e si potrebbe passare ad altro. E invece no. Ogni compagnia di giro della tv ha i suoi personaggi fissi, interpretabili di volta in volta da figure intercambiabili, indistinguibili, probabilmente estratte a sorte da un elenco e iscritte a un apposito registro di collocamento.
Non manca mai lo psicologo vestito in maniera informale, tanto presuntuoso quanto benestante, abile nello spacciare sesquipedali banalità per affermazioni provocatorie e straordinariamente intelligenti. Poi c’è il criminologo, abbigliato come un ragioniere del catasto se uomo, come una professoressa dei film di Pierino se donna: più misurato ma non meno apodittico dello psicologo, diventa una belva se qualcuno si azzarda a contraddirlo. Ovviamente c’è anche un prete, con perle di saggezza da sciorinare alla bisogna: quando apre bocca nessuno osa contraddirlo, soprattutto nel primo canale. E qualche giornalista più narciso degli altri, specializzato nel cosiddetto “costume”. Seguono alcune figure minori, ma non meno scenografiche, in presunta rappresentanza della gente comune, o meglio dell’idea, sempre straordinariamente bassa, che autori e funzionari hanno della gente comune: il cantante degli anni ’60, la soubrette in disarmo con le ultime cartucce da sparare (magari un décolleté), la reduce di qualche reality con minigonna inguinale d’ordinanza e il fancazzista professionista con velleità da playboy. Che noia, che barba.